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La guerra non paga dividendi
Federico Caffè
Malgrado il grande rispetto dovuto allo sforzo
intellettuale dei pensatori che hanno visto nella guerra lo sbocco
ineluttabile delle contraddizioni del capitalismo e l'evento distruttivo
in grado di dare nuovo alimento alla domanda e rinnovato stimolo
all'accumulazione, vi sono molti motivi per ritenere che le trasformazioni
intervenute nella sfera dei fatti e in quella delle idee non consentano di
considerare ancora valido questo indirizzo di pensiero.
Non deve tacersi, tuttavia, che, mentre i cultori delle scienze
maggiormente in grado di pronunciarsi con competenza sulle probabili
conseguenze dell'olocausto nucleare non hanno esitato a denunciarne gli
effetti apocalittici, gli economisti sono ancora, in larga parte, legati a
una ricerca dell'efficienza anche rispetto alle spese per il riarmo,
assumendo come un dato estraneo alla loro competenza la decisione politica
delle spese stesse.
Non è stato sempre così. Il maggiore economista italiano dell'ottocento,
Francesco Ferrara, ebbe a scrivere, una volta raggiunta l'unità del
nostro paese e delineatesi le sue velleità militariste, «una larghissima
riduzione dell'esercito attivo, un gagliardo rallentamento della troppo
rapida formazione della marina italiana sono condizione inesorabile a
quello stato di equilibrio senza del quale è vana lusinga che un'era di
prosperità cominci davvero per l'Italia» (discorso parlamentare del
1867). E si trattava di un intransigente liberale.
Ora, malgrado il tempo trascorso e le profonde modificazioni economiche
verificatesi nel nostro paese, quando la realtà sociale si esamini senza
retorica, è ben dubbio che la descrizione stupenda, da parte di Giovanni
Verga, dello stato d'animo dei Malavoglia per il loro Luca, lontano in
mare ove morirà a Lissa, non sia oggi riferibile all'affanno di famiglie
cui appartengano giovani reclute inviate nel Libano, per ambizioni di
presenza politica del tutto velleitarie.
In definitiva, si tratta di stabilire se il nostro paese «ritardatario»
debba proporsi a perseguire ideali amministrativi di bonifica ambientale,
di eliminazione del persistente sfasciume geologico, di elevazione del
grado di qualificazione professionale dei giovani in cerca di lavoro, di
ricerca impegnata di nuove possibilità di impiego; o se intenda essere
pedina di altrui imperialismi, svolgendo inoltre questo ruolo di sovranità
limitata con la ben nota «cupidigia del servilismo» di cui già altra
volta gli è stato mosso addebito.
La ricerca della prosperità nella fortissima riduzione delle armi, e non
nella loro moltiplicazione, non vale soltanto per il nostro paese, ma per
il mondo in generale. I 35 milioni di disoccupati nell'Ocse e gli 11
milioni della Cee richiedono non demenziali appelli all'effetto magico del
mercato, ma uno sforzo organizzativo poderoso, mirante non all'opulenza o
al benessere, ma alla faticosa rimessa in moto di un meccanismo inceppato
dai troppi avventurieri della finanza, dell'accaparramento dell'altrui
risparmio, della speculazione valutaria destabilizzante. Gli antichi
mercanti di cannoni si sono istituzionalizzati e multinazionalizzati.
Marce, canti, slogans, pur con un loro significato di testimonianza,
costituirebbero uno sperpero di energie, se non si comprendesse che la
neutralizzazione delle trame dei falchi non può limitarsi a una
constatazione vocale, ma richiede un incessante impegno di lucida
intelligenza e di appassionata progettualità.

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L'umanità
coerente di Federico Caffè
Lo
scienziato sociale, l'uomo, l'insegnante,
il polemista. Venti anni fa Federico Caffè
ci ha lasciato. Lo ricordiamo in queste
pagine, con letture su un passato vicino
che illumina il nostro presente
Nicola
Acocella
Per chi non abbia avuto la fortuna di
conoscere - personalmente o attraverso i
suoi scritti - Federico Caffè, appare
senz'altro utile anche soltanto un breve
cenno al suo profilo umano e professionale
in occasione del ventesimo anniversario
della sua «scomparsa». Di recente, una
mia studentessa di un paio di anni fa, che
non lo aveva conosciuto, ma aveva seguito
una trasmissione televisiva in suo
ricordo, mi domandava se non sarebbe stato
utile che ne avessimo parlato diffusamente
a lezione. Devo confessare che la cosa non
mi riesce facile per i ritmi serrati
imposti dall'attuale ordinamento
accademico ed ho anche qualche resistenza
a farlo, per evitare spettacolarismi,
sovraesposizioni e altro, preferendo
seguire la sostanza del suo insegnamento,
anche senza ricordarlo più di tanto
esplicitamente. E, invece, evidentemente
sbagliavo, se non altro perché ai giovani
- spesso trascurati, ora come prima del
1968, da quelli che dovrebbero essere i
loro insegnanti - fa piacere sapere che vi
è stato un docente sempre disponibile e
che ha preferito scomparire quando ha
perso il contatto con loro, che erano la
sua famiglia «acquisita».
Potrebbe invece apparire superfluo che si
parli di Caffè a chi lo ha già
conosciuto e che - per il fascino della
persona e delle opere - è portato
certamente a ricordarlo tutte le volte
che, e capita spesso, ricorre l'occasione
di confrontare l'Uomo, l'Insegnante e lo
Scienziato sociale che egli era con ciò
che continua a passare il
"mercato" di questi tempi. Ma la
fretta con la quale siamo spesso costretti
a fare i conti e a valutare le situazioni
che ci si presentano non rende inutile
qualche considerazione più meditata e di
lungo respiro.
Di Caffè non vanno ricordate soltanto la
dedizione all'insegnamento, alla ricerca e
ai giovani, ai poveri e agli emarginati,
ma anche - e soprattutto - la sua «umanità»,
dalla quale discendevano gli altri aspetti
del suo carattere e la sua condotta,
anzitutto, nel suo luogo di lavoro,
l'università, e, poi, nella società. Era
questa umanità coerente - che è poi
l'unica vera umanità - che lo portava ad
interpretare la professione di pubblico
impiegato nel modo più pieno e attivo,
con orari che egli - in modo eufemistico
ma allusivo dei suoi interessi sociali -
definiva "da metalmeccanico".
Era ancora questa umanità coerente che lo
portava a studiare le opere di chi - pur
non sottacendo le distorsioni e le
insufficienze nell'intervento pubblico,
particolarmente acute nel nostro paese -
si occupava dei numerosi aspetti di
fallimento del mercato, in termini di
efficienza ed equità sociale, e poi a
dare i propri preziosi suggerimenti in
merito, mediati dalle sue vaste e profonde
conoscenze istituzionali, e ad agire nel
concreto in termini di impegno lavorativo,
beneficenza e interventi «compassionevoli»
(nel significato più proprio) nelle sedi
scientifiche e pubblicistiche.
Ma nel ricordare Caffè non bisogna
sottrarsi ad una prima domanda essenziale:
ci può servire il suo pensiero oggi, a
distanza di questi venti anni che sembrano
essere stati più lunghi dei venti anni
precedenti, per densità e qualità degli
avvenimenti, per i rivolgimenti che ne
sono conseguiti?
La risposta è indubbiamente positiva,
perché il funzionamento del mercato «trionfante»
di questi anni ha confermato le carenze
note, forse accentuandole, in Italia e
all'estero.
Anzitutto, cominciano ad essere palesi i
danni provocati dall'ubriacatura delle
privatizzazioni: in Italia, in cui le
vicende di questi mesi, che hanno
interessato Autostrade e Telecom, fanno
comprendere come la cessione delle imprese
pubbliche, non accompagnata da una
incisiva regolamentazione, sia stata
soprattutto un affare per i nostri
industriali alla ricerca di rendite, e un
danno per i lavoratori e i consumatori;
all'estero, dove - come ha mostrato un
allievo di Caffè con dovizia di
argomentazioni - le privatizzazioni
antesignane della signora Thatcher hanno
fallito nel conclamato obiettivo di
migliorare l'efficienza. Caffè non è mai
stato, anche negli anni del trionfo
completo e acritico di certe forme di
intervento pubblico, un assertore della
bontà dell'intervento pubblico a tutti i
costi. Egli era consapevole dei limiti sia
dell'intervento pubblico - anche nella
forma della proprietà diretta delle
imprese - sia del mercato e chiedeva che
si riflettesse sulle singole situazioni
concrete per suggerire la ricetta più
appropriata.
Ma è soprattutto il ruolo essenziale
dello stato sociale in termini di
efficienza e di equità che questi due
decenni hanno ribadito, in termini sia
teorici sia empirici, mostrando come - al
di là di talune situazioni di eccellenza
in qualche paese ottenute in presenza di
istituzioni private - i sistemi sanitari,
previdenziali, assistenziali ed educativi
pubblici possano portare, nei paesi nei
quali essi sono gestiti in modo assennato
e per le finalità istituzionali, a
risultati superiori nelle medie e non
inferiori nelle punte.
Ma se vogliamo ricordare Caffè oggi senza
compiere un'operazione catartica nè dare
il benché minimo spazio allo
spettacolarismo che egli aborriva,
dobbiamo anche chiederci non soltanto in
che cosa il tempo gli abbia dato ragione,
ma anche quali sono le difficoltà tuttora
presenti, o accentuatesi nel frattempo,
rispetto a un efficace intervento pubblico
nell'economia e nella vita sociale del
nostro paese.
Alcuni nodi nella struttura sia
dell'economia privata sia dell'apparato
pubblico permangono o si sono accentuati
negli ultimi due decenni. Le carenze
strutturali dell'apparato produttivo
permangono tutte e si sono forse
accentuate; i segnali di miglioramento nel
contenuto delle nostre esportazioni che si
ravvisano nei dati statistici sono ancora
troppo timidi e, per contro, si sono perse
quelle posizioni di preminenza in alcuni
settori tecnologicamente avanzati (vedi
elettronica) che erano ancora presenti
verso la metà degli anni '80. La grande
impresa manifatturiera è stata
drasticamente ridimensionata. I servizi
privati sono in molti casi meno efficienti
ora di allora. Il tasso di disoccupazione
è all'incirca quello stesso della metà
degli anni '80, con l'aggravante della
maggiore rilevanza della occupazione
precaria. Abbiamo avuto un drastico calo
dell'inflazione, ma anche la protezione
nei suoi confronti si è ridotta; che
questo abbia prodotto maggiore efficienza
o equità è, nel migliore dei casi, tutto
da dimostrare. La povertà - pur in forme
nuove - torna ad essere un problema
rilevante e la distribuzione del reddito,
in tutti i suoi aspetti, è decisamente
peggiorata. La funzionalità della
Pubblica amministrazione non è maggiore
ora di quanto non lo fosse negli anni '70
o '80 e in alcuni comparti è decisamente
peggiorata. Lo stato sociale ha mostrato
segni di crisi che ne richiedono una
riforma. Soprattutto, va enfatizzata e non
sottaciuta, come si è portati a fare, la
crisi della scuola e dell'università, non
più strumento di formazione del cittadino
e del capitale umano, non più veicolo di
promozione sociale. Anche la giustizia, in
tutti i suoi aspetti, versa in una
situazione comatosa. La democrazia, seppur
minacciata in misura apparentemente molto
minore oggi di quanto non lo fosse allora
dalla violenza di gruppi armati, si è
dimostrata incapace di risolvere casi
sconcertanti di attentati e tragedie ed è
appannata da due fatti nuovi maturati
negli ultimi decenni: la scomparsa di
almeno un grande partito della sinistra,
che, nonostante i molti suoi limiti, ha
rappresentato un elemento di garanzia
democratica di tutto rispetto; il
consolidarsi del berlusconismo, che,
spettacolarizzando trasformismi,
gattopardismi e particolarismi, ne ha
facilitato l'assorbimento da parte degli
italiani, costituendo un ulteriore
strumento di disgregazione sociale.
La constatazione di questa situazione
porta a chiedersi come si sia potuto
disperdere quel patrimonio di energie e di
voglia di miglioramento che si era
espresso nelle aule e nelle piazze a
partire dal 1968 e, comunque, come e perché
esso sia stato inefficace, o almeno
insufficiente rispetto alle pur rilevanti
pressioni esterne e alla deriva «borghese».
O porta a chiedersi se gli antichi mali
italici - accentuazione di mali senza
confini - non venissero semplicemente
dissimulati da richieste tanto vaghe
quanto vociate ed espresse con toni alti.
O porta a chiedersi se le battaglie serie
ed efficaci nei confronti del sistema non
passino per una opera lenta, ma tenace, di
educazione e diffusione delle idee; se,
pur consapevoli della potenza degli
interessi costituiti, non sia possibile
individuare alcuni nodi fondamentali per
lo sviluppo della democrazia nel nostro
paese, la scuola e l'università in
primis, e farne oggetto di una riforma
ampia e penetrante.
E, nel porsi queste domande, il pensiero
non può che essere confortato dalla
rilettura de «La solitudine del
riformista», che bene ha fatto il
manifesto a riproporre, insieme agli altri
scritti e alle interviste di Federico Caffè
al giornale, a beneficio non soltanto di
coloro che non lo hanno conosciuto, ma
anche dei suoi allievi ed estimatori, per
testimoniare la forza delle sue
argomentazioni nel lungo periodo.

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Né l'apologeta, né il becchino
Le presunte virtù del mercato
e i vizi della Borsa; la disoccupazione come male supremo del capitalismo;
il riformismo. Appunti per una rilettura degli scritti di Caffè. E un
inedito privato
Giorgio Lunghini
L'altro mistero, nella vita di Federico Caffè, è perché mai un liberale
scrivesse soltanto su un quotidiano comunista. Una spiegazione ragionevole
è che Caffè vedeva nel manifesto l'unico giornale, il cui direttore non
poteva imporgli di scrivere, non poteva rampognarlo per quanto avrebbe
scritto, e non poteva pagarlo: la condizione ideale, per un uomo libero.
Caffè era un liberale, un liberale aristocratico e progressista come il
Keynes che si chiede, in Am I a Liberal?, quale sia la sua parte politica.
Dopo aver escluso di potersi acconciare a essere un conservatore («È un
partito che non ha prospettive, non soddisfa alcun ideale, non si conforma
ad alcun modello intellettuale: non riesce neppure a evitare i rischi o a
salvare dai vandali quel tanto di civiltà che abbiamo raggiunto»), o di
potersi iscrivere al partito laburista («La lotta di classe mi trova
dalla parte della borghesia colta»), Keynes è propenso a credere che il
partito liberale potrebbe essere lo strumento migliore di progresso: se
solo avesse una guida forte e il programma giusto. Nel frattempo, «se
vogliamo fare qualche cosa di buono, dobbiamo agitarci, mostrarci
eterodossi, pericolosi, disobbedienti ai nostri genitori».
Gli articoli raccolti in Federico Caffè. Scritti quotidiani, a cura di
Roberta Carlini (manifesto libri, con una prefazione di Pierluigi Ciocca e
con due ricordi di Valentino Parlato e Galapagos), rispondono alla stessa
esigenza di fare qualche cosa di buono mediante una critica della «saggezza
convenzionale»; una critica fondata sulla padronanza delle teorie e su
buone letture, esercitata con imparziale intransigenza e argomentata con
scrittura limpida, «pacata e quasi didattica» (così come Caffè
auspicava che fosse l'opera di informazione economica). Dunque una
scrittura che consiglia la citazione anziché la parafrasi. Tra i temi
trattati in questa raccolta, ne scelgo tre: le presunte virtù del mercato
in generale e i vizi congeniti del mercato finanziario, la disoccupazione
come male supremo del capitalismo, il riformismo. Di tutti questi scritti
vorrei sottolineare, non in maniera rituale, la straordinaria attualità;
e lascio al lettore di indovinare quali potrebbero esserne i destinatari,
vent'anni dopo.
Il programma giusto, per chi voglia contribuire alla edificazione di «una
civiltà possibile», non è la dottrina del laissez faire; che è la
dottrina dei mercanti e non quella di Keynes e di Caffè. Quando Colbert
chiese al mercante Legendre: «Que faut-il faire pour vous aider?», la
risposta di Legendre fu: «Nous laissez faire», lasciate fare a noi;
ovvero, come oggi si preferisce dire: lasciate fare al mercato. Su questo
tema, Caffé non ha riguardi per nessuno e mira in alto. Dell'«indubbiamente
eminente» Hayek, Caffè scrive: «allorché Hayek ha sostenuto che
"la causa della disoccupazione risiede in una deviazione dai prezzi e
dai salari di equilibrio che si stabilirebbero automaticamente, in
presenza di un mercato libero e di una moneta stabile", si è di
fronte non a una fruttuosa rielaborazione di idee che abbiano radici
lontane, ma all'ennesima attestazione dell'atteggiamento del ritorno
retrivo di chi ha saputo niente apprendere e niente dimenticare».
La smithiana «mano invisibile», ricorda Caffè, è soltanto una metafora
efficace: «Adamo Smith intendeva da un lato sottolineare che non era la
generosità del panettiere o del macellaio a indurli a trattarci bene, ma
il desiderio di conservarci come clienti e quindi uno stretto calcolo di
tornaconto. Lo stesso Smith, d'altra parte, osserva che ci vuol poco per
indurre i negozianti a complottare ai danni del consumatore: talché dalla
trascendenza della "mano invisibile" il discorso sembra
spostarsi sul terreno di inclinazioni al monopolio che sono innate negli
operatori economici». In breve: «che il "mercato" sia una
bilancia inesatta non può certo sorprenderci; ma sono i suoi difensori
tenaci che dovrebbero trovare motivo di riflessione».
Il mercato che Caffè più teme è il mercato finanziario, per la sua
intrinseca fragilità. Ai tempi del caso Sir-Rovelli e del crack Sindona,
per il quale pagarono duramente Baffi e Sarcinelli, scrive: «Il
capitalismo monopolistico, nella sua fase odierna, poggia su una struttura
finanziaria che è costantemente sull'orlo di tradursi in una
"deflazione cumulativa dei debiti", analizzata nientedimeno da
Irving Fisher, in occasione della grande crisi. Mettere in guardia contro
i pericoli di una deflazione cumulativa dei debiti è, per un economista,
un dovere civile. Il capitalismo maturo richiede riforme delle istituzioni
e non clamorose cacce di capri espiatori. Le esigenze effettive sono
quelle di una "socializzazione delle sovrastrutture finanziarie"».
Ciò non soltanto per i rischi di crisi finanziarie generali, ma anche a
tutela dei risparmiatori: «La borsa valori in Italia è una istituzione
ormai anacronistica, che favorisce non già il vigore competitivo, ma un
gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno
di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro
istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente
decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi». «Possibile»,
si chiede Caffè, «che nessuno riecheggi Einaudi nel raccomandare a
categorie inesperte di cittadini di non avventurarsi in un campo
manipolato da avventurieri?».
Questi scritti di Caffè suscitarono lo scandalo dei benpensanti; così
come l'aveva suscitato l'avvertimento di Keynes nella Teoria generale: «Gli
speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso
regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese
diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni. Quando
l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle
attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male. Se alla
Borsa si guarda come a una istituzione la cui funzione sociale appropriata
è orientare i nuovi investimenti verso i canali più profittevoli in
termini di rendimenti futuri, il successo conquistato da Wall Street non
può proprio essere vantato tra gli straordinari trionfi di un capitalismo
del laissez faire. Il che non dovrebbe meravigliare, se ho ragione quando
sostengo che i migliori cervelli di Wall Street sono in verità orientati
a tutt'altri obiettivi».
La questione della disoccupazione, per Caffè come per Keynes, è
strettamente legata alle questioni monetarie e finanziarie. Come ormai si
dovrebbe sapere, il governo della moneta ha conseguenze non neutrali sugli
aspetti reali dell'economia, sulla domanda effettiva, dunque sul livello
di attività, dunque sull'occupazione. Posto che i banchieri centrali
sostengono che è necessario mantenere una disciplina finanziaria, come
condizione essenziale per fare arretrare l'inflazione e ripristinare la
stabilità dei prezzi, Caffè si chiede come mai non si affermi, con pari
vigore e con analogo intimo convincimento, la necessità di combattere e
ridurre la disoccupazione: «nessun male sociale può superare la
frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle
collettività umane»; per non parlare dello «scoraggiamento di coloro
che hanno finito per considerare lo stato di precarietà e la prestazione
occasionale come un fatto abituale e sistematico».
Lo scritto più noto tra quelli raccolti nel libro, anche grazie a un
titolo magistrale, è «La solitudine del riformista». Il riformismo
veniva deriso allora sia dai rivoluzionari sia dai sostenitori del
mercato. Oggi Caffè si troverebbe spiazzato: di rivoluzionari non ce ne
sono più, e la moltitudine dei riformisti è costituita proprio dai
sostenitori del mercato; i quali, se avessero il tempo e il coraggio di
leggere o rileggere Caffè, considererebbero lui, proprio lui, un
estremista pericoloso. Capita, a chi tiene ferme le proprie idee.
Scrive Caffè: «Il riformista è convinto di operare nella storia, ossia
nell'ambito di un "sistema" di cui non intende essere né
l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un
componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano
concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce
il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle
trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del
"sistema"». Per Caffè, d'altra parte, "utopia" non
era affatto una brutta parola: «Per uno scienziato quel che gli altri
definiscono utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare le
resistenze del presente».
Infine una premonizione: «Da molti segni, e anche verosimilmente in vista
di non lontane scadenze elettorali, va delineandosi una politica
neo-einaudiana "per i ceti medi", trascurando, fatto non
inconsueto, quella per i ceti popolari. ... Vi è ormai un chiaro distacco
tra azione di politica economica e condizioni della gente comune. È un
distacco preoccupante».
P.S. Nel 1978, sui "Quaderni piacentini", una rivista che allora
aveva un buon impact factor, avevo pubblicato una nota Su un presunto
cambiamento, e una differenza reale, nel concetto di equilibrio. Lì
scrivevo che c'è una corrispondenza stretta tra concetto di equilibrio e
visione dell'economia; che il concetto di equilibrio è un concetto 'borghese',
poichè tende a descrivere il sistema capitalistico come un sistema retto
non dal conflitto ma dall'armonia; e che dunque quella dell'equilibrio è
una categoria analitica di parte. Mal me ne incolse. Ricevetti subito una
lettera di Federico Caffè, che mi sento moralmente autorizzato a rendere
pubblica:
Caro Lunghini,
qualche volta si vorrebbe fermare il tempo. O almeno, lo si ricorda con
molta nostalgia. Così io ricordo sempre un pomeriggio autunnale assolato,
in cui feci un viaggio in macchina, da Frascati a Roma, con un giovane
meraviglioso, ma non immune ai mal di denti, che doveva partire
precipitosamente per Milano, dopo aver assistito ai seminari, allora molto
belli, presieduti da De Finetti.
Dopo, questo ormai maturo giovane, sulla via di Damasco, ha incontrato
Marx; e, come raccontano le storie, dopo un periodo di oscurità, Paolo
cominciò a farsi apostolo di un nuovo verbo, che non escludeva la
distruzione di biblioteche "pagane" o di statue
"eretiche". Non so se ora tu ti trovi nella fase della oscurità,
o della distruzione. Solo, mi fa sinceramente male sentirti parlare di
scienza "borghese". Mi rivedo nella bella biblioteca di Gustavo
Del Vecchio, con la sua pazienza nell'indicarmi i quattro tipi di indici
contenuti nella Teoria dell'interesse di Fisher, o il decennale travaglio
occorso nel passare dai concetti di utilità marginale a quello di
produtività marginale.
Da qualche tempo, mi sono specializzato a portare fiori sentimentali a
questi avelli dimenticati. Pensare che, senza intenzioni apologetiche,
tutta questa gente intelligentissima abbia portato a risultati apologetici
"perchè interni alla filosofia borghese della scienza" mi fa
male. E non riesco più a capirti. Questa, come vedi, non è una risposta,
ma una reazione sentimentale. Ma è proprio l'indice del momento in cui si
diventa datati e occorre rassegnarsi al ricambio generazionale.
Da parte mia ne riconosco la ineluttabilità: e seguo il vostro cammino
con l'antico affetto, ma senza comprensione.
Spero che non me ne vorrai per la franchezza e vorrai conservarmi il tuo
buon ricordo.
Federico Caffè
Questa letterà mi addolorò e ne seguì una fitta corrispondenza, da cui
estraggo un brano di Caffè:
... In realtà andiamo d'accordo e ci separano forse questioni semantiche,
o (come dicono i miei spregiudicati collaboratori) una mia inclinazione a
riverire i busti del Pincio. La mia preoccupazione (riferita a coloro che
iniziano da ora gli studi economici) è il constatare quanto la loro
cultura si impoverisca, nella misura in cui procedano con sicurezza priva
di tentennementi nella direzione prescelta. Un poco di dubbio sistematico
forse non fa mai male, nel procedere con poca luce e in un gran cerchio
d'ombra. ...
Questo episodio rinsaldò l'amicizia. Il dolore si fece pungente quando
capii che quel grande cerchio d'ombra si andava allargando. Prima del
silenzio, Caffè mi aveva mandato alcune piccole carte, «in vista della
liquidazione ereditaria cui sto provvedendo». Una di queste era un
cartolina che riproduceva una terracotta di Armando Sapori, lo storico
economico. Alla cartolina, che rappresentava un volto stanco e disperato,
Federico Caffé aveva appiccicato una didascalia: "Caffè,
monumentalizzato e 'riletto'".

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All'incrocio tra Keynes e l'economia del benessere
L'eredità intellettuale di Caffè e la sua
interpretazione di due correnti del pensiero economico colpevolmente
sottovalutate a sinistra
Felice Roberto Pizzuti
A distanza di vent'anni dalla scomparsa di Federico Caffè, la sua eredità
intellettuale resta quanto mai feconda e utile per interpretare la
situazione economica e sociale. Anzi, per molti aspetti, le sue analisi, e
purtroppo anche i suoi timori, hanno avuto un carattere premonitore. Come
ben ci ricorda il volume edito da il manifesto, Caffè aveva messo in
guardia contro diversi rischi presenti nel dibattito e nelle scelte di
politica economica, rischi che negli ultimi anni si sono aggravati; la mia
impressione è che, complessivamente, quest'ultimo ventennio non gli
sarebbe piaciuto molto.
Caffè credeva fondamentalmente nel diritto-dovere degli uomini di
organizzare fattivamente la propria convivenza sociale senza cadere
vittima della soggezione verso presunte leggi naturali; da qui la
convinzione del ruolo della politica economica quale strumento
indispensabile della collettività organizzata per regolare i cosiddetti
automatismi, falsamente neutrali, del mercato. Da qui, ancora, la sua
preoccupazione per le tendenze neoliberiste, che pur traendo conforto da
alcune esperienze negative dell'intervento pubblico, ma quasi ignorando il
consolidato dibattito teorico sui fallimenti del mercato, escludono la
possibilità di interventi discrezionali se non al prezzo di peggioramenti
economici e sociali.
Scriveva Caffè: «Poiché il mercato è una creazione umana, l'intervento
pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé
distorsivo e vessatorio». E ancora: «La recente ondata neoliberista sta
ad indicare in quale misura inconvenienti rilevabili sul piano storico,
nell'intervento pubblico dell'economia, stiano riproducendo superate ed
anacronistiche questioni di principio» (Note economiche '79).
Queste posizioni di Caffè non avevano niente a che fare con modelli
statalisti o pregiudizialmente contrari al mercato; derivavano invece dal
modo in cui aveva coniugato la sua umanità con i due grandi filoni di
teoria economica a cui più si era dedicato come studioso: l'economia del
benessere e l'economia keynesiana.
Credo che queste due correnti del pensiero economico - in particolare i
contributi dell'economia del benessere all'analisi dei rapporti
stato-mercato - siano colpevolmente sottovalutati. La qual cosa colpisce
specialmente da parte della sinistra dove in presenza di una evidente
crisi dei suoi tradizionali punti di riferimento culturali, si è
assistito ad un generico ed indiscriminato recupero di valori di altre
tradizioni politiche e di pensiero; ma senza badare come anche in quelle
si era e si continua ad andare avanti rispetto alle «anacronistiche
questioni di principio» che sono riemerse con toni allarmistici, ma senza
il supporto di giustificazioni analitiche significative ed effettivamente
nuove. Questa deriva era stata paventata da Caffè: «Nel lavoro
scientifico, le difficoltà maggiori sorgeranno non tanto dallo sforzo di
progettualità innovativa da compiersi per la realizzazione di un
intervento pubblico efficiente; quanto dal vigile spirito critico
necessario nell'esame metodico delle rielaborazioni, politicamente
pressanti o filosoficamente accattivanti, di idee vecchie» (Rivista
internazionale di scienze economiche e commerciali, 1985).
La passione per i bisogni dell'uomo e il rigore dello studioso che
animavano Caffè spiegano il grande interesse che egli attribuiva ai
problemi della disoccupazione e al Welfare State, altri due temi su cui,
ancora una volta, il dibattito successivo alla sua scomparsa sembra
tornato indietro.
In entrambi i casi era grande e inevitabile il ruolo che Caffè attribuiva
alla politica economica e all'intervento pubblico. Ed è proprio con
riferimento al dibattito su queste due questioni cruciali che egli già
denunciava l'allarmismo economico usato strumentalmente per sopperire, da
un lato, alla mancanza di argomentazioni scientificamente risolutive per
giustificare il ritorno indiscriminato agli automatismi del mercato e,
dall'altro, alla colpevole sottovalutazione dei danni non solo economici
della disoccupazione e dell'insicurezza sociale. Per Caffè era un
risultato consolidato della letteratura economica che ...«il problema
dello stato garante del benessere sociale (poiché un problema
indubbiamente esiste) sia quello della sua mancata realizzazione; non già
quello del suo declino, o del suo superamento». (La fine del Welfare
State, 1986).
Caffè non era né pensava di essere un rivoluzionario; si «accontentava»
di essere un riformista la cui lezione, tuttavia, risulta quanto mai
attuale a fronte della crescente diffusione di «conformismo e saggezza
convenzionale»; queste sono due sue espressioni con le quali identificava
gli atteggiamenti culturali più pericolosi in quanto fanno da copertura
intellettuale a chi si oppone al prevalere delle idee sugli interessi.

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