ARTICOLO AUTORE Titoli accademici
La guerra non paga dividendi Prof. Federico Caffè  

La buona economia

Roberta Carlini Roberta Carlini, giornalista, ha iniziato a lavorare al manifesto grazie alla prima edizione delle borse di studio “Federico Caffè”

Federico Caffè, venti anni dopo

Galapagos Pseudonimo
L'umanità coerente di Federico Caffè Prof. Nicola Acocella Nicola Acocella è professore di Politica economica nella Facoltà di Economia e Commercio dell’ Università di Roma La Sapienza
Né l'apologeta, né il becchino Giorgio Lunghini Giorgio Lunghini è presidente della Società italiana degli economisti
All'incrocio tra Keynes e l'economia del benessere Prof. Felice Roberto Pizzuti Felice Roberto Pizzuti è professore di Politica economica nella Facoltà di Economia e Commercio dell’Università di Roma La Sapienza 
 

La guerra non paga dividendi

Federico Caffè

 

Malgrado il grande rispetto dovuto allo sforzo intellettuale dei pensatori che hanno visto nella guerra lo sbocco ineluttabile delle contraddizioni del capitalismo e l'evento distruttivo in grado di dare nuovo alimento alla domanda e rinnovato stimolo all'accumulazione, vi sono molti motivi per ritenere che le trasformazioni intervenute nella sfera dei fatti e in quella delle idee non consentano di considerare ancora valido questo indirizzo di pensiero.
Non deve tacersi, tuttavia, che, mentre i cultori delle scienze maggiormente in grado di pronunciarsi con competenza sulle probabili conseguenze dell'olocausto nucleare non hanno esitato a denunciarne gli effetti apocalittici, gli economisti sono ancora, in larga parte, legati a una ricerca dell'efficienza anche rispetto alle spese per il riarmo, assumendo come un dato estraneo alla loro competenza la decisione politica delle spese stesse.
Non è stato sempre così. Il maggiore economista italiano dell'ottocento, Francesco Ferrara, ebbe a scrivere, una volta raggiunta l'unità del nostro paese e delineatesi le sue velleità militariste, «una larghissima riduzione dell'esercito attivo, un gagliardo rallentamento della troppo rapida formazione della marina italiana sono condizione inesorabile a quello stato di equilibrio senza del quale è vana lusinga che un'era di prosperità cominci davvero per l'Italia» (discorso parlamentare del 1867). E si trattava di un intransigente liberale.
Ora, malgrado il tempo trascorso e le profonde modificazioni economiche verificatesi nel nostro paese, quando la realtà sociale si esamini senza retorica, è ben dubbio che la descrizione stupenda, da parte di Giovanni Verga, dello stato d'animo dei Malavoglia per il loro Luca, lontano in mare ove morirà a Lissa, non sia oggi riferibile all'affanno di famiglie cui appartengano giovani reclute inviate nel Libano, per ambizioni di presenza politica del tutto velleitarie.
In definitiva, si tratta di stabilire se il nostro paese «ritardatario» debba proporsi a perseguire ideali amministrativi di bonifica ambientale, di eliminazione del persistente sfasciume geologico, di elevazione del grado di qualificazione professionale dei giovani in cerca di lavoro, di ricerca impegnata di nuove possibilità di impiego; o se intenda essere pedina di altrui imperialismi, svolgendo inoltre questo ruolo di sovranità limitata con la ben nota «cupidigia del servilismo» di cui già altra volta gli è stato mosso addebito.
La ricerca della prosperità nella fortissima riduzione delle armi, e non nella loro moltiplicazione, non vale soltanto per il nostro paese, ma per il mondo in generale. I 35 milioni di disoccupati nell'Ocse e gli 11 milioni della Cee richiedono non demenziali appelli all'effetto magico del mercato, ma uno sforzo organizzativo poderoso, mirante non all'opulenza o al benessere, ma alla faticosa rimessa in moto di un meccanismo inceppato dai troppi avventurieri della finanza, dell'accaparramento dell'altrui risparmio, della speculazione valutaria destabilizzante. Gli antichi mercanti di cannoni si sono istituzionalizzati e multinazionalizzati.
Marce, canti, slogans, pur con un loro significato di testimonianza, costituirebbero uno sperpero di energie, se non si comprendesse che la neutralizzazione delle trame dei falchi non può limitarsi a una constatazione vocale, ma richiede un incessante impegno di lucida intelligenza e di appassionata progettualità.

 

La buona economia

Roberta Carlini

 

Con gli articoli qui pubblicati e con il libro che raccoglie i suoi articoli, il manifesto rende omaggio a Federico Caffè a venti anni dalla sua scomparsa. E da quel tempo lontano ci arriva, per mano di Giorgio Lunghini, l'ironia postuma di Caffè, con quella beffarda cartolina nella quale l'economista profetizzava su «Caffè, monumentalizzato e riletto». Non vogliamo erigere monumenti ma rileggere sì. E da leggere in questi giorni ne avrete a volontà. Il ricordo e l'analisi di Nicola Acocella, allievo di Caffè, che insegna Politica economica a Roma e si chiede, in modo non rituale: «Ci serve oggi Caffè?». Le riflessioni di Roberto Pizzuti, nota firma di questo giornale e voce stabilmente fuori dal coro nel dibattito sulla previdenza pubblica in Italia, sempre della «scuola Caffè». La rilettura profonda e appassionata di Lunghini, anch'egli amico di Caffè e del manifesto. E ancora: i tanti articoli scritti dal '76 all'85 da Caffè per il manifesto, in sintonia o polemica o vicinanza con un foglio che ha contribuito ad arricchire, raccolti nel libro che è in edicola col giornale. L'introduzione a questa raccolta, scritta da Pierluigi Ciocca, che spiega lo «strano» rapporto del riformista Caffè con i rivoluzionari di via Tomacelli. E, alla fine del libro, i ricordi di Valentino Parlato e Galapagos (ultimo allievo di Caffè qui citato, e ci scusiamo con i troppi non citati - alcuni più potenti di Galapagos).
Di fronte a tanta abbondanza di testi, non resta molto da aggiungere se non l'augurio di buona lettura. E una avvertenza: non stiamo parlando solo di un economista, non sono pagine per addetti ai lavori. Parliamo di politica economica, insomma di politica. E parliamo di riforme possibili: possibili allora, quando ancora la parola «riformista» era riferita a chi pensa che si possa cambiare lo stato delle cose esistenti, e possibili anche ora, quando dell'aggettivo «riformista» si auto-fregia chi dice che è meglio lasciare le cose - del mercato, dell'economia, della vita - come stanno. Infine, parliamo di informazione, in particolare di informazione economica, alla cui libertà e indipendenza di giudizio Caffè teneva molto.
Parliamo meno, invece, del mistero di Caffè e della malinconia della sua scomparsa. Federico Caffè uscì di casa nella notte tra il 14 e il 15 aprile dell'87. Nessun messaggio, ma alcuni oggetti sul comodino (gli occhiali; il passaporto; le chiavi di casa) rivelavano l'intenzione di non tornare più. E così è stato. Ma tutte le cose dette e scritte e viste dopo - e anche queste poche pagine leggere - ci dicono anche quanti altri «oggetti» Caffè ci abbia lasciato.

Federico Caffè, venti anni dopo

Galapagos


Il professore scelse di sparire alla vigilia di Pasqua. Quel mercoledì mattina - era il 15 aprile 1987 - quando Alfonso, il fratello, trovò la stanza vuota, milioni di persone si preparavano a partire. Anche Federico Caffè aveva deciso di partire per un viaggio del quale a venti anni di distanza non sappiamo l'itinerario e neppure se sia stato aiutato a programmarlo. Le ricerche del professore partirono in ritardo (all'inizio si mossero solo i suoi allievi) perché in ritardo era stato dato l'allarme e per qualche giorno la notizia della sua scomparsa non fu resa pubblica. Lo fu solo lunedì 20, il giorno di pasquetta: «È scomparso il professor Federico Caffè» titolava il primo dispaccio Ansa. Poi iniziarono ricerche a tutto campo nelle quali fu chiesto anche l'intervento del Vaticano per sapere se la meta dell'ultimo viaggio di Caffè fosse stata un convento. Più volte la trasmissione «Chi l'ha visto» si è interessata della sua scomparsa, ma è stato tutto inutile.
Pochi giorni prima del suo ultimo viaggio, si era ucciso Primo Levi. Il professore era rimasto sconvolto del tipo di morte che si era dato: il corpo devastato da un interminabile volo nella tromba delle scale. Caffè non amava il suo piccolo corpo e ha scelto di sparire in un modo meno clamoroso, ma non meno doloroso per chi lo conosceva. E il manifesto era tra questi: Caffè non era un «compagno», un marxista, ma fu per molti anni uno dei più preziosi collaboratori del nostro giornale. Difendeva lo stato sociale, era dalla parte degli emarginati, dell'intervento pubblico nell'economia. E più che l'inflazione temeva gli effetti devastanti della disoccupazione. Un po' riduttivamente possiamo definirlo un keynesiano. Caffè aveva una straordinaria capacità: riusciva a smascherare le falsificazioni del pensiero dominante. I suoi scritti sul giornale sono, a distanza di vent'anni, di grande attualità. Per questo ve li riproponiamo in un libro che troverete in edicola e poi in libreria: «Federico Caffè: scritti quotidiani».

L'umanità coerente di Federico Caffè

Lo scienziato sociale, l'uomo, l'insegnante, il polemista. Venti anni fa Federico Caffè ci ha lasciato. Lo ricordiamo in queste pagine, con letture su un passato vicino che illumina il nostro presente

Nicola Acocella


Per chi non abbia avuto la fortuna di conoscere - personalmente o attraverso i suoi scritti - Federico Caffè, appare senz'altro utile anche soltanto un breve cenno al suo profilo umano e professionale in occasione del ventesimo anniversario della sua «scomparsa». Di recente, una mia studentessa di un paio di anni fa, che non lo aveva conosciuto, ma aveva seguito una trasmissione televisiva in suo ricordo, mi domandava se non sarebbe stato utile che ne avessimo parlato diffusamente a lezione. Devo confessare che la cosa non mi riesce facile per i ritmi serrati imposti dall'attuale ordinamento accademico ed ho anche qualche resistenza a farlo, per evitare spettacolarismi, sovraesposizioni e altro, preferendo seguire la sostanza del suo insegnamento, anche senza ricordarlo più di tanto esplicitamente. E, invece, evidentemente sbagliavo, se non altro perché ai giovani - spesso trascurati, ora come prima del 1968, da quelli che dovrebbero essere i loro insegnanti - fa piacere sapere che vi è stato un docente sempre disponibile e che ha preferito scomparire quando ha perso il contatto con loro, che erano la sua famiglia «acquisita».
Potrebbe invece apparire superfluo che si parli di Caffè a chi lo ha già conosciuto e che - per il fascino della persona e delle opere - è portato certamente a ricordarlo tutte le volte che, e capita spesso, ricorre l'occasione di confrontare l'Uomo, l'Insegnante e lo Scienziato sociale che egli era con ciò che continua a passare il "mercato" di questi tempi. Ma la fretta con la quale siamo spesso costretti a fare i conti e a valutare le situazioni che ci si presentano non rende inutile qualche considerazione più meditata e di lungo respiro.
Di Caffè non vanno ricordate soltanto la dedizione all'insegnamento, alla ricerca e ai giovani, ai poveri e agli emarginati, ma anche - e soprattutto - la sua «umanità», dalla quale discendevano gli altri aspetti del suo carattere e la sua condotta, anzitutto, nel suo luogo di lavoro, l'università, e, poi, nella società. Era questa umanità coerente - che è poi l'unica vera umanità - che lo portava ad interpretare la professione di pubblico impiegato nel modo più pieno e attivo, con orari che egli - in modo eufemistico ma allusivo dei suoi interessi sociali - definiva "da metalmeccanico". Era ancora questa umanità coerente che lo portava a studiare le opere di chi - pur non sottacendo le distorsioni e le insufficienze nell'intervento pubblico, particolarmente acute nel nostro paese - si occupava dei numerosi aspetti di fallimento del mercato, in termini di efficienza ed equità sociale, e poi a dare i propri preziosi suggerimenti in merito, mediati dalle sue vaste e profonde conoscenze istituzionali, e ad agire nel concreto in termini di impegno lavorativo, beneficenza e interventi «compassionevoli» (nel significato più proprio) nelle sedi scientifiche e pubblicistiche.
Ma nel ricordare Caffè non bisogna sottrarsi ad una prima domanda essenziale: ci può servire il suo pensiero oggi, a distanza di questi venti anni che sembrano essere stati più lunghi dei venti anni precedenti, per densità e qualità degli avvenimenti, per i rivolgimenti che ne sono conseguiti?
La risposta è indubbiamente positiva, perché il funzionamento del mercato «trionfante» di questi anni ha confermato le carenze note, forse accentuandole, in Italia e all'estero.
Anzitutto, cominciano ad essere palesi i danni provocati dall'ubriacatura delle privatizzazioni: in Italia, in cui le vicende di questi mesi, che hanno interessato Autostrade e Telecom, fanno comprendere come la cessione delle imprese pubbliche, non accompagnata da una incisiva regolamentazione, sia stata soprattutto un affare per i nostri industriali alla ricerca di rendite, e un danno per i lavoratori e i consumatori; all'estero, dove - come ha mostrato un allievo di Caffè con dovizia di argomentazioni - le privatizzazioni antesignane della signora Thatcher hanno fallito nel conclamato obiettivo di migliorare l'efficienza. Caffè non è mai stato, anche negli anni del trionfo completo e acritico di certe forme di intervento pubblico, un assertore della bontà dell'intervento pubblico a tutti i costi. Egli era consapevole dei limiti sia dell'intervento pubblico - anche nella forma della proprietà diretta delle imprese - sia del mercato e chiedeva che si riflettesse sulle singole situazioni concrete per suggerire la ricetta più appropriata.
Ma è soprattutto il ruolo essenziale dello stato sociale in termini di efficienza e di equità che questi due decenni hanno ribadito, in termini sia teorici sia empirici, mostrando come - al di là di talune situazioni di eccellenza in qualche paese ottenute in presenza di istituzioni private - i sistemi sanitari, previdenziali, assistenziali ed educativi pubblici possano portare, nei paesi nei quali essi sono gestiti in modo assennato e per le finalità istituzionali, a risultati superiori nelle medie e non inferiori nelle punte.
Ma se vogliamo ricordare Caffè oggi senza compiere un'operazione catartica nè dare il benché minimo spazio allo spettacolarismo che egli aborriva, dobbiamo anche chiederci non soltanto in che cosa il tempo gli abbia dato ragione, ma anche quali sono le difficoltà tuttora presenti, o accentuatesi nel frattempo, rispetto a un efficace intervento pubblico nell'economia e nella vita sociale del nostro paese.
Alcuni nodi nella struttura sia dell'economia privata sia dell'apparato pubblico permangono o si sono accentuati negli ultimi due decenni. Le carenze strutturali dell'apparato produttivo permangono tutte e si sono forse accentuate; i segnali di miglioramento nel contenuto delle nostre esportazioni che si ravvisano nei dati statistici sono ancora troppo timidi e, per contro, si sono perse quelle posizioni di preminenza in alcuni settori tecnologicamente avanzati (vedi elettronica) che erano ancora presenti verso la metà degli anni '80. La grande impresa manifatturiera è stata drasticamente ridimensionata. I servizi privati sono in molti casi meno efficienti ora di allora. Il tasso di disoccupazione è all'incirca quello stesso della metà degli anni '80, con l'aggravante della maggiore rilevanza della occupazione precaria. Abbiamo avuto un drastico calo dell'inflazione, ma anche la protezione nei suoi confronti si è ridotta; che questo abbia prodotto maggiore efficienza o equità è, nel migliore dei casi, tutto da dimostrare. La povertà - pur in forme nuove - torna ad essere un problema rilevante e la distribuzione del reddito, in tutti i suoi aspetti, è decisamente peggiorata. La funzionalità della Pubblica amministrazione non è maggiore ora di quanto non lo fosse negli anni '70 o '80 e in alcuni comparti è decisamente peggiorata. Lo stato sociale ha mostrato segni di crisi che ne richiedono una riforma. Soprattutto, va enfatizzata e non sottaciuta, come si è portati a fare, la crisi della scuola e dell'università, non più strumento di formazione del cittadino e del capitale umano, non più veicolo di promozione sociale. Anche la giustizia, in tutti i suoi aspetti, versa in una situazione comatosa. La democrazia, seppur minacciata in misura apparentemente molto minore oggi di quanto non lo fosse allora dalla violenza di gruppi armati, si è dimostrata incapace di risolvere casi sconcertanti di attentati e tragedie ed è appannata da due fatti nuovi maturati negli ultimi decenni: la scomparsa di almeno un grande partito della sinistra, che, nonostante i molti suoi limiti, ha rappresentato un elemento di garanzia democratica di tutto rispetto; il consolidarsi del berlusconismo, che, spettacolarizzando trasformismi, gattopardismi e particolarismi, ne ha facilitato l'assorbimento da parte degli italiani, costituendo un ulteriore strumento di disgregazione sociale.
La constatazione di questa situazione porta a chiedersi come si sia potuto disperdere quel patrimonio di energie e di voglia di miglioramento che si era espresso nelle aule e nelle piazze a partire dal 1968 e, comunque, come e perché esso sia stato inefficace, o almeno insufficiente rispetto alle pur rilevanti pressioni esterne e alla deriva «borghese». O porta a chiedersi se gli antichi mali italici - accentuazione di mali senza confini - non venissero semplicemente dissimulati da richieste tanto vaghe quanto vociate ed espresse con toni alti. O porta a chiedersi se le battaglie serie ed efficaci nei confronti del sistema non passino per una opera lenta, ma tenace, di educazione e diffusione delle idee; se, pur consapevoli della potenza degli interessi costituiti, non sia possibile individuare alcuni nodi fondamentali per lo sviluppo della democrazia nel nostro paese, la scuola e l'università in primis, e farne oggetto di una riforma ampia e penetrante.
E, nel porsi queste domande, il pensiero non può che essere confortato dalla rilettura de «La solitudine del riformista», che bene ha fatto il manifesto a riproporre, insieme agli altri scritti e alle interviste di Federico Caffè al giornale, a beneficio non soltanto di coloro che non lo hanno conosciuto, ma anche dei suoi allievi ed estimatori, per testimoniare la forza delle sue argomentazioni nel lungo periodo.

Né l'apologeta, né il becchino

Le presunte virtù del mercato e i vizi della Borsa; la disoccupazione come male supremo del capitalismo; il riformismo. Appunti per una rilettura degli scritti di Caffè. E un inedito privato

Giorgio Lunghini


L'altro mistero, nella vita di Federico Caffè, è perché mai un liberale scrivesse soltanto su un quotidiano comunista. Una spiegazione ragionevole è che Caffè vedeva nel manifesto l'unico giornale, il cui direttore non poteva imporgli di scrivere, non poteva rampognarlo per quanto avrebbe scritto, e non poteva pagarlo: la condizione ideale, per un uomo libero. Caffè era un liberale, un liberale aristocratico e progressista come il Keynes che si chiede, in Am I a Liberal?, quale sia la sua parte politica. Dopo aver escluso di potersi acconciare a essere un conservatore («È un partito che non ha prospettive, non soddisfa alcun ideale, non si conforma ad alcun modello intellettuale: non riesce neppure a evitare i rischi o a salvare dai vandali quel tanto di civiltà che abbiamo raggiunto»), o di potersi iscrivere al partito laburista («La lotta di classe mi trova dalla parte della borghesia colta»), Keynes è propenso a credere che il partito liberale potrebbe essere lo strumento migliore di progresso: se solo avesse una guida forte e il programma giusto. Nel frattempo, «se vogliamo fare qualche cosa di buono, dobbiamo agitarci, mostrarci eterodossi, pericolosi, disobbedienti ai nostri genitori».
Gli articoli raccolti in Federico Caffè. Scritti quotidiani, a cura di Roberta Carlini (manifesto libri, con una prefazione di Pierluigi Ciocca e con due ricordi di Valentino Parlato e Galapagos), rispondono alla stessa esigenza di fare qualche cosa di buono mediante una critica della «saggezza convenzionale»; una critica fondata sulla padronanza delle teorie e su buone letture, esercitata con imparziale intransigenza e argomentata con scrittura limpida, «pacata e quasi didattica» (così come Caffè auspicava che fosse l'opera di informazione economica). Dunque una scrittura che consiglia la citazione anziché la parafrasi. Tra i temi trattati in questa raccolta, ne scelgo tre: le presunte virtù del mercato in generale e i vizi congeniti del mercato finanziario, la disoccupazione come male supremo del capitalismo, il riformismo. Di tutti questi scritti vorrei sottolineare, non in maniera rituale, la straordinaria attualità; e lascio al lettore di indovinare quali potrebbero esserne i destinatari, vent'anni dopo.
Il programma giusto, per chi voglia contribuire alla edificazione di «una civiltà possibile», non è la dottrina del laissez faire; che è la dottrina dei mercanti e non quella di Keynes e di Caffè. Quando Colbert chiese al mercante Legendre: «Que faut-il faire pour vous aider?», la risposta di Legendre fu: «Nous laissez faire», lasciate fare a noi; ovvero, come oggi si preferisce dire: lasciate fare al mercato. Su questo tema, Caffé non ha riguardi per nessuno e mira in alto. Dell'«indubbiamente eminente» Hayek, Caffè scrive: «allorché Hayek ha sostenuto che "la causa della disoccupazione risiede in una deviazione dai prezzi e dai salari di equilibrio che si stabilirebbero automaticamente, in presenza di un mercato libero e di una moneta stabile", si è di fronte non a una fruttuosa rielaborazione di idee che abbiano radici lontane, ma all'ennesima attestazione dell'atteggiamento del ritorno retrivo di chi ha saputo niente apprendere e niente dimenticare».
La smithiana «mano invisibile», ricorda Caffè, è soltanto una metafora efficace: «Adamo Smith intendeva da un lato sottolineare che non era la generosità del panettiere o del macellaio a indurli a trattarci bene, ma il desiderio di conservarci come clienti e quindi uno stretto calcolo di tornaconto. Lo stesso Smith, d'altra parte, osserva che ci vuol poco per indurre i negozianti a complottare ai danni del consumatore: talché dalla trascendenza della "mano invisibile" il discorso sembra spostarsi sul terreno di inclinazioni al monopolio che sono innate negli operatori economici». In breve: «che il "mercato" sia una bilancia inesatta non può certo sorprenderci; ma sono i suoi difensori tenaci che dovrebbero trovare motivo di riflessione».
Il mercato che Caffè più teme è il mercato finanziario, per la sua intrinseca fragilità. Ai tempi del caso Sir-Rovelli e del crack Sindona, per il quale pagarono duramente Baffi e Sarcinelli, scrive: «Il capitalismo monopolistico, nella sua fase odierna, poggia su una struttura finanziaria che è costantemente sull'orlo di tradursi in una "deflazione cumulativa dei debiti", analizzata nientedimeno da Irving Fisher, in occasione della grande crisi. Mettere in guardia contro i pericoli di una deflazione cumulativa dei debiti è, per un economista, un dovere civile. Il capitalismo maturo richiede riforme delle istituzioni e non clamorose cacce di capri espiatori. Le esigenze effettive sono quelle di una "socializzazione delle sovrastrutture finanziarie"». Ciò non soltanto per i rischi di crisi finanziarie generali, ma anche a tutela dei risparmiatori: «La borsa valori in Italia è una istituzione ormai anacronistica, che favorisce non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che, di fatto, consente e legittima la ricorrente decurtazione e il pratico spossessamento dei loro peculi». «Possibile», si chiede Caffè, «che nessuno riecheggi Einaudi nel raccomandare a categorie inesperte di cittadini di non avventurarsi in un campo manipolato da avventurieri?».
Questi scritti di Caffè suscitarono lo scandalo dei benpensanti; così come l'aveva suscitato l'avvertimento di Keynes nella Teoria generale: «Gli speculatori possono essere innocui se sono delle bolle sopra un flusso regolare di intraprese economiche; ma la situazione è seria se le imprese diventano una bolla sospesa sopra un vortice di speculazioni. Quando l'accumulazione di capitale di un paese diventa il sottoprodotto delle attività di un Casinò, è probabile che le cose vadano male. Se alla Borsa si guarda come a una istituzione la cui funzione sociale appropriata è orientare i nuovi investimenti verso i canali più profittevoli in termini di rendimenti futuri, il successo conquistato da Wall Street non può proprio essere vantato tra gli straordinari trionfi di un capitalismo del laissez faire. Il che non dovrebbe meravigliare, se ho ragione quando sostengo che i migliori cervelli di Wall Street sono in verità orientati a tutt'altri obiettivi».
La questione della disoccupazione, per Caffè come per Keynes, è strettamente legata alle questioni monetarie e finanziarie. Come ormai si dovrebbe sapere, il governo della moneta ha conseguenze non neutrali sugli aspetti reali dell'economia, sulla domanda effettiva, dunque sul livello di attività, dunque sull'occupazione. Posto che i banchieri centrali sostengono che è necessario mantenere una disciplina finanziaria, come condizione essenziale per fare arretrare l'inflazione e ripristinare la stabilità dei prezzi, Caffè si chiede come mai non si affermi, con pari vigore e con analogo intimo convincimento, la necessità di combattere e ridurre la disoccupazione: «nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane»; per non parlare dello «scoraggiamento di coloro che hanno finito per considerare lo stato di precarietà e la prestazione occasionale come un fatto abituale e sistematico».
Lo scritto più noto tra quelli raccolti nel libro, anche grazie a un titolo magistrale, è «La solitudine del riformista». Il riformismo veniva deriso allora sia dai rivoluzionari sia dai sostenitori del mercato. Oggi Caffè si troverebbe spiazzato: di rivoluzionari non ce ne sono più, e la moltitudine dei riformisti è costituita proprio dai sostenitori del mercato; i quali, se avessero il tempo e il coraggio di leggere o rileggere Caffè, considererebbero lui, proprio lui, un estremista pericoloso. Capita, a chi tiene ferme le proprie idee.
Scrive Caffè: «Il riformista è convinto di operare nella storia, ossia nell'ambito di un "sistema" di cui non intende essere né l'apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito di apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell'immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all'utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del "sistema"». Per Caffè, d'altra parte, "utopia" non era affatto una brutta parola: «Per uno scienziato quel che gli altri definiscono utopia è solo anticipazione di esiti che debbono superare le resistenze del presente».
Infine una premonizione: «Da molti segni, e anche verosimilmente in vista di non lontane scadenze elettorali, va delineandosi una politica neo-einaudiana "per i ceti medi", trascurando, fatto non inconsueto, quella per i ceti popolari. ... Vi è ormai un chiaro distacco tra azione di politica economica e condizioni della gente comune. È un distacco preoccupante».
P.S. Nel 1978, sui "Quaderni piacentini", una rivista che allora aveva un buon impact factor, avevo pubblicato una nota Su un presunto cambiamento, e una differenza reale, nel concetto di equilibrio. Lì scrivevo che c'è una corrispondenza stretta tra concetto di equilibrio e visione dell'economia; che il concetto di equilibrio è un concetto 'borghese', poichè tende a descrivere il sistema capitalistico come un sistema retto non dal conflitto ma dall'armonia; e che dunque quella dell'equilibrio è una categoria analitica di parte. Mal me ne incolse. Ricevetti subito una lettera di Federico Caffè, che mi sento moralmente autorizzato a rendere pubblica:
Caro Lunghini,
qualche volta si vorrebbe fermare il tempo. O almeno, lo si ricorda con molta nostalgia. Così io ricordo sempre un pomeriggio autunnale assolato, in cui feci un viaggio in macchina, da Frascati a Roma, con un giovane meraviglioso, ma non immune ai mal di denti, che doveva partire precipitosamente per Milano, dopo aver assistito ai seminari, allora molto belli, presieduti da De Finetti.
Dopo, questo ormai maturo giovane, sulla via di Damasco, ha incontrato Marx; e, come raccontano le storie, dopo un periodo di oscurità, Paolo cominciò a farsi apostolo di un nuovo verbo, che non escludeva la distruzione di biblioteche "pagane" o di statue "eretiche". Non so se ora tu ti trovi nella fase della oscurità, o della distruzione. Solo, mi fa sinceramente male sentirti parlare di scienza "borghese". Mi rivedo nella bella biblioteca di Gustavo Del Vecchio, con la sua pazienza nell'indicarmi i quattro tipi di indici contenuti nella Teoria dell'interesse di Fisher, o il decennale travaglio occorso nel passare dai concetti di utilità marginale a quello di produtività marginale.
Da qualche tempo, mi sono specializzato a portare fiori sentimentali a questi avelli dimenticati. Pensare che, senza intenzioni apologetiche, tutta questa gente intelligentissima abbia portato a risultati apologetici "perchè interni alla filosofia borghese della scienza" mi fa male. E non riesco più a capirti. Questa, come vedi, non è una risposta, ma una reazione sentimentale. Ma è proprio l'indice del momento in cui si diventa datati e occorre rassegnarsi al ricambio generazionale.
Da parte mia ne riconosco la ineluttabilità: e seguo il vostro cammino con l'antico affetto, ma senza comprensione.
Spero che non me ne vorrai per la franchezza e vorrai conservarmi il tuo buon ricordo.
Federico Caffè
Questa letterà mi addolorò e ne seguì una fitta corrispondenza, da cui estraggo un brano di Caffè:
... In realtà andiamo d'accordo e ci separano forse questioni semantiche, o (come dicono i miei spregiudicati collaboratori) una mia inclinazione a riverire i busti del Pincio. La mia preoccupazione (riferita a coloro che iniziano da ora gli studi economici) è il constatare quanto la loro cultura si impoverisca, nella misura in cui procedano con sicurezza priva di tentennementi nella direzione prescelta. Un poco di dubbio sistematico forse non fa mai male, nel procedere con poca luce e in un gran cerchio d'ombra. ...
Questo episodio rinsaldò l'amicizia. Il dolore si fece pungente quando capii che quel grande cerchio d'ombra si andava allargando. Prima del silenzio, Caffè mi aveva mandato alcune piccole carte, «in vista della liquidazione ereditaria cui sto provvedendo». Una di queste era un cartolina che riproduceva una terracotta di Armando Sapori, lo storico economico. Alla cartolina, che rappresentava un volto stanco e disperato, Federico Caffé aveva appiccicato una didascalia: "Caffè, monumentalizzato e 'riletto'".

All'incrocio tra Keynes e l'economia del benessere

L'eredità intellettuale di Caffè e la sua interpretazione di due correnti del pensiero economico colpevolmente sottovalutate a sinistra

Felice Roberto Pizzuti


A distanza di vent'anni dalla scomparsa di Federico Caffè, la sua eredità intellettuale resta quanto mai feconda e utile per interpretare la situazione economica e sociale. Anzi, per molti aspetti, le sue analisi, e purtroppo anche i suoi timori, hanno avuto un carattere premonitore. Come ben ci ricorda il volume edito da il manifesto, Caffè aveva messo in guardia contro diversi rischi presenti nel dibattito e nelle scelte di politica economica, rischi che negli ultimi anni si sono aggravati; la mia impressione è che, complessivamente, quest'ultimo ventennio non gli sarebbe piaciuto molto.
Caffè credeva fondamentalmente nel diritto-dovere degli uomini di organizzare fattivamente la propria convivenza sociale senza cadere vittima della soggezione verso presunte leggi naturali; da qui la convinzione del ruolo della politica economica quale strumento indispensabile della collettività organizzata per regolare i cosiddetti automatismi, falsamente neutrali, del mercato. Da qui, ancora, la sua preoccupazione per le tendenze neoliberiste, che pur traendo conforto da alcune esperienze negative dell'intervento pubblico, ma quasi ignorando il consolidato dibattito teorico sui fallimenti del mercato, escludono la possibilità di interventi discrezionali se non al prezzo di peggioramenti economici e sociali.
Scriveva Caffè: «Poiché il mercato è una creazione umana, l'intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio». E ancora: «La recente ondata neoliberista sta ad indicare in quale misura inconvenienti rilevabili sul piano storico, nell'intervento pubblico dell'economia, stiano riproducendo superate ed anacronistiche questioni di principio» (Note economiche '79).
Queste posizioni di Caffè non avevano niente a che fare con modelli statalisti o pregiudizialmente contrari al mercato; derivavano invece dal modo in cui aveva coniugato la sua umanità con i due grandi filoni di teoria economica a cui più si era dedicato come studioso: l'economia del benessere e l'economia keynesiana.
Credo che queste due correnti del pensiero economico - in particolare i contributi dell'economia del benessere all'analisi dei rapporti stato-mercato - siano colpevolmente sottovalutati. La qual cosa colpisce specialmente da parte della sinistra dove in presenza di una evidente crisi dei suoi tradizionali punti di riferimento culturali, si è assistito ad un generico ed indiscriminato recupero di valori di altre tradizioni politiche e di pensiero; ma senza badare come anche in quelle si era e si continua ad andare avanti rispetto alle «anacronistiche questioni di principio» che sono riemerse con toni allarmistici, ma senza il supporto di giustificazioni analitiche significative ed effettivamente nuove. Questa deriva era stata paventata da Caffè: «Nel lavoro scientifico, le difficoltà maggiori sorgeranno non tanto dallo sforzo di progettualità innovativa da compiersi per la realizzazione di un intervento pubblico efficiente; quanto dal vigile spirito critico necessario nell'esame metodico delle rielaborazioni, politicamente pressanti o filosoficamente accattivanti, di idee vecchie» (Rivista internazionale di scienze economiche e commerciali, 1985).
La passione per i bisogni dell'uomo e il rigore dello studioso che animavano Caffè spiegano il grande interesse che egli attribuiva ai problemi della disoccupazione e al Welfare State, altri due temi su cui, ancora una volta, il dibattito successivo alla sua scomparsa sembra tornato indietro.
In entrambi i casi era grande e inevitabile il ruolo che Caffè attribuiva alla politica economica e all'intervento pubblico. Ed è proprio con riferimento al dibattito su queste due questioni cruciali che egli già denunciava l'allarmismo economico usato strumentalmente per sopperire, da un lato, alla mancanza di argomentazioni scientificamente risolutive per giustificare il ritorno indiscriminato agli automatismi del mercato e, dall'altro, alla colpevole sottovalutazione dei danni non solo economici della disoccupazione e dell'insicurezza sociale. Per Caffè era un risultato consolidato della letteratura economica che ...«il problema dello stato garante del benessere sociale (poiché un problema indubbiamente esiste) sia quello della sua mancata realizzazione; non già quello del suo declino, o del suo superamento». (La fine del Welfare State, 1986).
Caffè non era né pensava di essere un rivoluzionario; si «accontentava» di essere un riformista la cui lezione, tuttavia, risulta quanto mai attuale a fronte della crescente diffusione di «conformismo e saggezza convenzionale»; queste sono due sue espressioni con le quali identificava gli atteggiamenti culturali più pericolosi in quanto fanno da copertura intellettuale a chi si oppone al prevalere delle idee sugli interessi.